Cena dell’Oca, di dialogo non si parla mai abbastanza

Di dialogo non si parla mai abbastanza. Potrebbe essere questo lo slogan con cui va in archivio la quarta edizione della Cena dell’Oca, promossa dalle Acli provinciali di Venezia e dal Circolo Acli di Mirano lo scorso 16 novembre. Una serata, quella vissuta nei locali della parrocchia di San Leopoldo Mandic, caratterizzata ancora una volta dall’incontro tra convivialità e riflessione. Prima la cena, ovviamente a base d’oca come da tradizione a Mirano nel periodo di San Martino. Poi l’incontro di approfondimento sul tema del dialogo. Oltre 150 i partecipanti complessivi, tra cui una nutrita rappresentanza di studenti del liceo Majorana-Corner di Mirano, impegnati con i loro insegnanti in un progetto che li porterà a visitare Sarajevo, città a lungo simbolo del dialogo della convivenza pacifica tra religioni e poi, all’opposto, dell’abisso che si crea una volta che il dialogo scompare.

L’edizione 2018 dell’oca è stata caratterizzata da alcune novità nella scelta dei relatori e del taglio degli interventi. Se nelle prime tre edizioni si era puntato sull’incontro e il confronto fra i rappresentanti delle tre grandi religioni, quest’anno gli organizzatori hanno deciso per un “passo indietro”, quasi a prendere la rincorsa per affrontare con maggior slancio le prossime sfide. Per questo si è scelto di riflettere sulle basi del dialogo, sul perché questa pratica è così importante per qualsiasi comunità. Un interrogativo affrontato da due versanti strettamente legati tra loro, quello religioso e quello politico. Sul primo è intervenuta Beatrice Rizzato, curatrice della rassegna Interreligious di Padova, che dal 2014  cerca di promuovere la conoscenza e il confronto tra le varie religioni. “Il dialogo interreligioso – ha sottolineato Rizzato – non è solo una necessità legata alla convivenza negli stessi spazi di persone provenienti da paesi e tradizioni diverse tra loro. È un’esigenza profonda dell’uomo: l’altro non è solo il diverso, il nemico. È una ricchezza da conoscere, perché conoscendolo riesco a rendermi maggiormente consapevole di chi sono io stesso, di cos’è la mia fede. Certo, non è facile, perché per riuscire a farlo devo uscire da me stesso. La Chiesa stessa lo ha capito solo cinquant’anni fa con il Concilio Vaticano II: dopo secoli di chiusura, in cui non si concepiva salvezza fuori dalla Chiesa stessa, si è riconosciuto che in ogni religione ci sono semi buoni di verità, con i quali si può costruire un percorso di dialogo anche partendo da posizioni diverse. Una prospettiva radicalmente nuova delle stesse religioni, che dialogando divengono strumento di pace e di risoluzione dei conflitti”.

Sul versante politico è intervenuto Marco Almagisti, docente di Scienza Politica all’Università di Padova. “Il dialogo è necessario alla libertà. Dove non c’è, la libertà non sopravvive. Questo non significa avere tutti la stessa visione delle cose. Al contrario: il capitale sociale, il sistema di relazioni di fiducia che tieni in piedi una società, nasce proprio dal conflitto. Ma un conflitto normato da regole condivise, in cui le varie parti si riconoscono a vicenda come meritevoli di un confronto. La nostra stessa Costituzione è nata così, da un processo in cui le diverse parti hanno cercato di convincersi a vicenda delle proprie buone ragioni. E convincendosi a vicenda, come dice la parola stessa, hanno finito per vincere assieme. Un miracolo, considerando che venivamo da vent’anni di dittatura e due anni di guerra civile”. Non a caso, volendo pensare ad un simbolo della storia d’Italia nel secondo dopoguerra, la scelta migliore sono forse Peppone e don Camillo, “parti che confliggono ma si riconoscono come appartenenti ad una stessa comunità. Litigano ma nei momenti di difficoltà mettono assieme le forse. L’altro da me non è un nemico, è semplicemente qualcuno con cui fissare le regole per continuare a discutere. Perché solo così è possibile essere liberi”.