Europa, un sogno da completare

Alcuni giorni fa ho avuto la fortuna di assistere ad un concerto nell’ambito della manifestazione denominata “Tamburi di Pace”. Settanta giovanissimi musicisti di undici paesi europei, soprattutto dell’Est, più la voce narrante del giornalista e scrittore Paolo Rumiz, che accompagna le note musicali con la lettura dei suoi racconti di viaggio in giro per l’Europa. Un passaggio per me particolarmente emozionante è stato il ricordo del momento in cui a Gorizia, nel 2004, venne rimossa la frontiera tra l’Italia e la Slovenia. C’ero anch’io quel pomeriggio nella città che delineava la separazione tra l’Europa e i paesi dell’Est, il cosiddetto blocco comunista della vecchia Jugoslavia dissoltosi in più nazioni dopo la guerra dei primi anni Novanta. E in quella giornata storica provavo una grande gioia a vedere questo allargamento dell’Europa, simboleggiato dalla caduta di una delle ben tre frontiere che dal 1997 mi ero abituato ad affrontare nei miei viaggi verso Sarajevo.

Ho sempre pensato e creduto che l’Europa nata dalle ceneri della tragica esperienza della seconda guerra mondiale rappresenti un’idea irrinunciabile di convivenza e di pace. Ma oggi, come ricordava amaramente anche Rumiz, c’è meno Europa di quella che avevamo in mente prima ancora di allargarla. In questi anni abbiamo imparato a conoscere nuove parole come “euroscetticismo”, che non è un termine rivolto solo alla moneta unica, ma anche ad un’idea di convivenza che, a partire da culture e tradizioni consolidate, può permettersi confini aperti.

Il mio pensiero torna così proprio a Sarajevo. So bene, perché l’ho visto ripetutamente nei miei viaggi nella capitale bosniaca, quanto si guardi all’Europa in quei luoghi nei quali prima la guerra e poi la mancanza di lavoro non permettono, soprattutto alle nuove generazioni, di pensare al futuro in modo sereno. Ho sempre negli occhi le persone che avvicinandomi confidavano che non vedevano l’ora di entrare in Europa, vista davvero come “casa comune”. Come Acli abbiamo sostenuto per anni i progetti nella Scuola Interetnica di Sarajevo, la cui bellissima denominazione ufficiale è, non a caso, “Scuola per l’Europa”: un luogo in cui, fianco a fianco, studiano ragazzi delle tre etnie che popolano la Bosnia, dimostrando come sia possibile crescere nel rispetto della propria e altrui identità, per un obiettivo più alto che viene definito dal convivere per vivere.

Continuo a pensare che abbiamo bisogno di più Europa. Certamente deve essere un’Europa migliore di quella di oggi. Ma non possiamo rinunciare all’idea dei nostri padri fondatori che hanno dato vita a questa esperienza di condivisione, di crescita comunitaria che sta alla base di qualsiasi sviluppo pacifico delle nostre società.

Lo spettacolo di Tamburi di Pace si è concluso con il celeberrimo Inno alla Gioia di Beethoven, l’inno ufficiale dell’Unione Europea. Tutti noi presenti lo abbiamo ascoltato in piedi, emozionati, guardando quei giovanissimi artisti che rappresentano il futuro di questa esperienza chiamata Europa, di questa voglia di crescere assieme. Con una grande responsabilità: quella di far tornare a soffiare la brezza che vada a generare un’Europa più forte e concreta di quella che siamo riusciti a sognare noi.

Questo post  fa parte di “Democrazia è partecipazione”,  il blog del presidente provinciale delle Acli di Venezia Paolo Grigolato. Leggi qui tutti gli articoli pubblicati fino ad oggi.