Il fenomeno delle migrazioni chiede risposte profonde

Copertina blog Paolo Grigolato

Come oramai capita da un po’ di settimane, ogni telegiornale sia sui canali pubblici che in quelli privati, comincia con le notizie che riguardano il “problema dei migranti”. Fino ad arrivare ad occupare a volte un terzo dell’intero tiggì. Comprensibile, visto come questo argomento sia certamente centrale nella cronaca e nella percezione di ognuno di noi. Meno comprensibile quando penso che spesso tutto gira attorno a brevi refrain che stanno all’interno di un commento via Facebook o Twitter. Ma che servono a mantenere alto il livello della tensione su questo argomento molto utilizzato in campagna elettorale.

Bene, da domenica 24 giugno, finiti i ballottaggi per determinare i sindaci di alcune città, per un po’ non si dovrà votare. E mi auguro che si possa cominciare a vedere la politica cimentarsi su questi delicati temi libera dalle scadenze elettorali, che sappiamo essere un momento in cui i toni eccedono. Se così non fosse, a mio avviso, si perderebbe di nuovo l’occasione per affrontare il tema delle migrazioni in modo oggettivo, cercando reali soluzioni.

Da più parti si parla di un nuovo piano Marshall che vada a modificare le condizioni che ci sono in Africa per evitare che la gente si sposti in massa verso l’Europa. Una prima osservazione è doverosa: non è un problema solo dell’Africa. Lo vediamo negli Stati Uniti, alle prese con i flussi migratori provenienti dal Messico. Lo vediamo in Asia, con il drammatico esodo dalla Siria. Questo solo per ricordare che la pressione dei poveri che scappano non solo dalle guerre, ma soprattutto dalla povertà, non tralascia nessun luogo del nostro pianeta. Ecco perché il compito della politica è di trovare soluzioni ad un dramma che non è passeggero né locale. Un dramma che come ripetiamo da molto tempo, ha bisogno di essere visto nell’ottica coraggiosa di uno sviluppo possibile per tutta l’umanità. Se vogliamo davvero aiutarli a casa loro, dobbiamo cominciare a dare vita ad un progetto di sviluppo mirato, che tenda a dare agli africani la possibilità di vivere in condizioni nuove, diverse e dignitose.

Ma ora dobbiamo passare ai fatti. Perché fintanto proponiamo qualcosa che non sviluppiamo, non possiamo pensare di modificare il trend in atto. È almeno trent’anni che sento parlare di sviluppare i paesi africani, soprattutto in riferimento alla fame che uccideva e ancora uccide milioni di persone. Da questo però siamo rimasti legati a piccoli progetti frutto di grande generosità, gestiti in loco molto spesso da missionari e ong molto capaci. Ma non è mai diventato un progetto politico capace di realizzare un cambiamento reale ed effettivo.

Possiamo alzare la voce come sta avvenendo ora per ricordare che non può essere solo l’Italia ad occuparsi dell’ondata migratoria, anche se questo non dovrebbe mai avvenire sulla pelle di questi disperati. Con risultati a mio avviso relativi, se non nel sottolineare la pochezza e la divisione dell’Europa, mostrando le falle di questa istituzione invece di rafforzarla. Proviamo invece a essere promotori di un progetto che, per la nostra sicurezza, intenda mettere in sicurezza le parti più fragili della nostra umanità. Solo così possiamo sperare che la gente non abbia motivo di emigrare in cerca di nuove opportunità. E questo possiamo farlo solo come una famiglia forte, che metta da parte le proprie questioni personali per proporsi in modo credibile in un piano di interventi che realmente vadano a modificare il dato di partenza. Si chiamerà nuovo piano Marshall, piano Europa, non è importante. Ma se passeremo ancora tempi lunghi a preoccuparci solo dal dato emigrazioni, senza trovare risposte al motivo per cui la gente fugge, difficilmente cambieremo la rotta.

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