Riportiamo l’uomo e le relazioni al centro del lavoro

Lavoro e sociale con le Acli a Mira

Il lavoro che c’è. Il lavoro che manca. E soprattutto il senso e la qualità del lavoro. Su questi temi è ruotato l’incontro “Lavoro e sociale: bisogni quotidiani”, promosso a Mira dal locale Circolo Acli in collaborazione con le Acli provinciali di Venezia e Lega Consumatori Venezia. Davanti ad un folto pubblico, nonostante la serata al dir poco inclemente dal punto di vista meteorologico, sono intervenuti il Patriarca di Venezia Francesco Moraglia e Roberto Crosta, segretario generale di Unioncamere del Veneto e presidente della Fondazione Marcianum. Accanto a loro il sindaco di Mira Marco Dori e gli assessori Chiara Poppi e Vanna Baldan, i cui interventi hanno contribuito a calare i temi della serata sulla concreta realtà del territorio mirese, mettendo in luce l’impegno, ma a volte anche l’impotenza, di un’amministrazione comunale dinnanzi a fenomeni di portata epocale.

Roberto Crosta, dati alla mano, ha sottolineato come l’occupazione in Veneto sia ormai tornata ai livelli precrisi del 2008. E come le politiche varate dagli ultimi governi, dal Job Act al Decreto Dignità, abbiano sicuramente contribuito sia ad aumentare il numero di occupati, sia alla loro stabilizzazione. Eppure questo aumento di quantità non va sempre di pari passo con la qualità. “Anche nel 2018 – sottolinea Crosta – le professioni più richieste riguardano lavori a basso valore aggiunto: in testa troviamo i braccianti agricoli, seguiti da camerieri, commessi e facchini. Un dato che trova riscontro anche nelle previsioni per il 2019: solo l’8% delle entrate nel mondo del lavoro riguarderà laureati, nel 57% dei casi le imprese ricercano persone con la sola scuola dell’obbligo o con un diploma professionale”. Ma il dato più preoccupante, secondo il segretario di Unioncamere, è un altro. “Quando giro per le scuole, mi accorgo che i nostri ragazzi iniziano a perdere la speranza: nonostante un quadro economico tendenzialmente positivo, noi adulti stiamo trasferendo loro una sfiducia nei confronti del futuro. È la dimostrazione che il Pil conta fino ad un certo punto. La qualità del nostro vivere, ma anche la competitività della nostra economia, dipendono anche da altri fattori, come l’istruzione, la cultura e, soprattutto, la coesione sociale”.

Su questo punto si è incentrato anche l’intervento del Patriarca Moraglia, che ha ribadito come il lavoro sia fondamentale per plasmare non solo l’individuo, ma l’intera società. “Non è un caso – ha sottolineato il Patriarca – se il tema del lavoro torna a vario titolo nei primi quattro articoli della nostra Costituzione. Per questo dobbiamo sempre chiederci perché lavoriamo? Che senso diamo al nostro lavoro?”. La risposta a queste domande può seguire una logica economicista o una logica umanista: da un lato il lavoro e il lavoratore visti in un’ottica puramente strumentale e utilitaristica; dall’altro la centralità della persona e il lavoro come fatto sociale ancor prima che economico. “Due strade non completamente antitetiche, perché un modello di lavoro più umano, che crea coesione sociale, è sicuramente capace di stare sul mercato con efficienza anche maggiore. Purtroppo però il lavoro continua ad essere visto solo in termini di efficienza e produttività, per cui ad esempio la stessa precarietà è la naturale conseguenza di determinate dinamiche economiche o, ancor peggio, un’occasione di guadagno per alcuni. E invece dal punto di vista umanista è un’inaccettabile distorsione morale, proprio perché non mette al centro la persona e le sue esigenze”. “Occorre cambiare questa cultura – ha concluso il Patriarca – e valorizzare il lavoro come bene comune e realtà socializzante“.