Un lungo venerdì santo anticipato per riscoprire la fede e la speranza

Una Quaresima così non c’era mai capitata: siamo già proiettati, in qualche modo, a quello che sarà il Triduo Pasquale! La situazione d’emergenza è nota a tutti, con i gravi rischi che essa comporta: fisici, economici e sociali. Le vittime ci sono e il nostro ricordo va anzitutto a loro, così come a chi rischia per affrontare questa battaglia a favore del bene di tutti

Vorrei, ora, dedicare qualche spunto di riflessione sulle risorse spirituali che queste settimane portano con sé. Stiamo vivendo, in realtà, un lungo venerdì santo anticipato, a partire dalla notte in cui Gesù va al Getsemani, lì dove verrà poi catturato. L’ultimo momento di prossimità fisica vissuto da Gesù è l’ultima cena con gli apostoli: una sorta di ultimo assembramento, giusto per utilizzare un termine tra i più usati in questi giorni, che, forse, ci fa pensare all’ultima Eucarestia domenicale celebrata assieme. Poi la dispersione e l’isolamento. E poi, appunto, il silenzio del venerdì, un po’ come il silenzio implacabile che avvolge le nostre città deserte, come una coltre oscura, inedita, forse paurosa. 

Siamo disarmati perché stiamo sperimentando un’umanità tutta vulnerabile ed è così che finalmente (oserei dire) giocoforza siamo sospinti ad accorgerci di chi vive questa fragilità ogni ora, tutti i giorni, perché recluso in case (per chi ce l’ha) o ospedali dove l’aria è viziata dal dolore, senza alcun ricircolo che riesca a miscelare almeno un po’ gioia e consolazione. Ci mancano le nostre piazze e luoghi d’incontro, magari proprio anche quelli tanto denigrati, perché brutti e degradati (ironia della sorte). E ci scherziamo su con centinaia di megabyte di video e foto che fluiscono in quell’etere ora disabitato dagli uomini e nel quale scorrazza, ora più che mai solitaria, la banda larga: è comprensibile, quasi per esorcizzare una paura che tutto ciò possa esserci tolto troppo a lungo. 

Anche Gesù ha paura e angoscia, lì nel silenzioso e buio orto degli Ulivi: sperimenta l’ultima e profonda solitudine, che raccoglie l’emarginazione di chi, forse, non ha neanche la forza di distrarsi. Ma quella di Gesù non è una solitudine assoluta, perché questa estrema debolezza dell’uomo Gesù rivela la sua autentica identità divina: come uomo non ha più possibilità di esprimersi e questa povertà diventa lo squarcio perché brilli nella sua pienezza il suo essere Figlio di Dio. Ora Gesù è tutto nell’abbraccio del Padre e, da quel momento, noi con lui. Ce lo ricorda il Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica: «La preghiera di Gesù durante la sua agonia nell’Orto del Getsemani e le sue ultime parole sulla Croce rivelano la profondità della sua preghiera filiale: Gesù porta a compimento il disegno d’amore del Padre e prende su di sé tutte le angosce dell’umanità, tutte le domande e le intercessioni della storia della salvezza. Egli le presenta al Padre che le accoglie e le esaudisce, al di là di ogni speranza, risuscitandolo dai morti» (n. 543). 

Ci sono temporaneamente tolte le nostre abitudini rassicuranti e i nostri piaceri più fruibili, ma la fede non potrà mai esserci sottratta. E in questi giorni, spero più che mai, possiamo fare l’esperienza rassicurante che senza la fede si perde il senso profondo della vita, perché sono le «parole di vita eterna» a dare significato alla vita terrena, così profondamente debilitata in questo marzo che si sta aprendo alla rinascita della natura, ma che sta ridimensionando la scala delle nostre priorità e di ciò di cui davvero non possiamo fare a meno. 

È tutto un crescendo, fino a oggi. Impressiona il continuo aggiornamento della lista nera da quando questo malefico virus ha varcato i confini italiani. Già! Come ha fatto a passare la dogana il Covid-19? Come è possibile che i nostri scrupolosi varchi siano stati accessibili? Siamo fatti così, noi uomini. Capaci di innalzare muri e barriere, capaci di schermare i nostri rapporti sociali con pregiudizi e discriminazioni. Capaci di decidere chi può avere a che fare con noi e chi deve stare alla larga, ma poi ci troviamo improvvisamente tutti accomunati da una vulnerabilità che, spero, ci renderà più prossimi l’uno con l’altro. Il mondo ne uscirà cambiato e certe relazioni internazionali fondate su ridicoli ma fatali giochi di potere è bene vengano sconquassate da questa crisi mondiale. C’è stato un gran parlare di Europa, ad esempio; ma non possiamo perdere l’occasione per parlarne in modo nuovo. Il mondo, poi, è pieno di sproporzioni. Basti pensare solo al fatto che circa il 20% della popolazione del mondo detiene l’80% del PIL e, quindi, l’80% delle persone è spremuto come un limone dal 20% di chi detiene la ricchezza del mondo. Ma ci stiamo accorgendo di quanto quest’ultima sia estremamente fragile, tanto che basta un invisibile e ingovernabile virus a farla traballare e, in alcuni casi, a farla rovinosamente crollare, mettendo a repentaglio il nostro artificioso benessere e i nostri privilegi acquisiti che rischiano di mascherare una debolezza d’animo, tutt’altro che immune dalla paura e dal senso così umano d’insicurezza. Anche in questo c’è un’opportunità, in funzione di un serio lavoro spirituale che per noi, uomini del terzo millennio, non può più essere differito. “Andrà tutto bene”, ma fino a un certo punto, perché non siamo noi a deciderlo. Non facciamo, ancora una volta, l’errore di fondarci su una felicità a buon mercato, imboniti da un ottimismo “costruito sulla sabbia”, giusto per citare il Vangelo. Semmai il nostro è un “ottimismo tragico” (E. Mounier), che prende sul serio la sofferenza e la morte ed è capace di integrarle in un progetto di bene e di salvezza. Da quando Cristo è venuto nel mondo questa si chiama speranza. 

Viviamo in un tempo dove la fede sembra orientata più all’autunno, se non all’inverno e, infatti, fino a ora abbiamo assistito che senza la fede la vita va avanti, la storia prosegue il suo percorso, la gente lavora, si diverte, studia, fa sport e… si ammala e addirittura muore. Se fino a qualche settimana fa dicevamo queste ultime due cose forse un po’ sommessamente ora ci sono ripetute a ogni ora e in ogni dove. Ma la nostra coscienza sta percependo che senza la fede cambia il cuore e, quindi, cambia il modo di affrontare un pesante disagio e pericolo come questo. Mi auguro che la fede in Gesù Cristo, salvatore del mondo, proprio nel mezzo di questo inverno sociale, possa sbocciare in germogli primaverili nuovi e sorprendenti, anche grazie a questo digiuno quaresimale che tutti sta infiacchendo. Ma «nelle tue mani è la mia vita o Dio… anche il mio corpo riposa al sicuro» (Sal 15). 

don Gilberto Sabbadin, assistente spirituale Acli provinciali di Venezia