Abbiamo scoperto la nostra fragilità, ora cambiamo prospettive

di Paolo Grigolato, presidente Acli provinciali di Venezia

Venerdì 27 marzo Papa Francesco, sul sagrato vuoto di San Pietro, ha invitato tutto il mondo a pregare in questo tempo terribile causato dalla pandemia da Covid-19. Ha impartito la benedizione urbi et orbi e concesso l’indulgenza plenaria. In questa Quaresima senza celebrazioni, verso una Pasqua che ci troverà ancora chiusi nelle nostre case, senza poterci incontrare per celebrare assieme il momento liturgico più importante dell’anno, Francesco ha riflettuto su un brano del Vangelo di Marco. Un brano ovviamente non casuale, in cui i discepoli, sulla barca in preda al maltempo, pregano impauriti il Maestro che dorme sereno affinché plachi le acque. Chi non ha avuto modo di ascoltare la meditazione del Papa lo faccia, perché rappresenta un punto centrale da cui partire per analizzare il presente e provare a prepararci al futuro (qui il testo completo dell’omelia).  

Tutti oggi ci diciamo che certamente questo triste periodo finirà. Ma sempre di più vorremmo sapere quando. E lentamente cominciamo a capire che i tempi saranno lunghi e che certamente anche quando sarà dichiarata la fine dell’emergenza sanitaria, non potremmo andare in piazza a festeggiare abbracciandoci, perché il virus potrebbe essere ancora vivo. Attendendo l’ennesima conferenza stampa di Conte che prorogherà questo lunghissimo “io resto a casa”, unica soluzione possibile per rallentare la pandemia, aumenta la paura del crollo non solo del sistema sanitario ma anche dell’economia, preludio a sua volta di una pericolosa instabilità sociale. E allora che fare? 

Francesco in quella piazza vuota, sotto la pioggia, ci ha lanciato un messaggio non solo di fede, ma anche di progettualità futura. Dobbiamo usare questo tempo di dolore per cambiare le nostre priorità in agende che prevedevano la nostra assoluta capacità di controllare tutto. Prendiamo ad esempio il tema dei cambiamenti climatici: dopo decenni non siamo riusciti ancora a trovare un accordo condiviso per affrontare una questione che rischia di danneggiare irrimediabilmente il pianeta. E non solo perché prevalgono egoismi e interessi economici, ma anche perché resta diffusa l’idea che ci sia tempo per risolvere le questioni. Che prima o poi si troverà magicamente la soluzione. Poi arriva questo maledetto virus a ricordarci che in fondo di tempo non c’è n’è più.  

Domenica 29 marzo, quinta di una Quaresima che ci costretto a tanti digiuni, il Papa durante la messa a Santa Marta ci ha ricordato che è la giornata della commozione e del dolore, in ricordo soprattutto di quanti stanno soffrendo e per i morti di questa crisi. Ma da qua bisogna ripartire per disegnare un futuro diverso. L’uomo e la donna non sono invincibili. L’economia non è invincibile. Un virus schifoso ce lo ricorda. Ma l’uomo e la donna sono intelligenti e possono capire da questa situazione che l’unico modo di affrontarla e superarla è in una visione prospettica di un mondo unito, in cui pensandoci come fratelli si attuino politiche di attenzione e superamento di logiche che ci hanno condotto fin qui. Perché i virus quando si scatenano sono forti e si nutrono delle nostre debolezze. Che noi pensiamo di non avere. Ma di cui, ahimè, invece siamo pieni. Solo riconoscendo ciò questa crisi che ci è piombata addosso, travolgendoci, potrà servire almeno a cambiarci in meglio

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