Il lavoro necessario, il lavoro garantito per continuare a dire “Buon Primo Maggio”

Se ci avessero raccontato solo qualche mese fa che avremmo vissuto una Pasqua senza celebrazioni in Chiesa, o una Festa del Lavoro senza comizi dal palco, avremmo sorriso pensando che era fantascienza. E invece è così. E non solo stiamo ancora contando ogni giorno chi ha pagato il prezzo più alto morendo, ma avvertiamo sempre di più il dramma sociale che vivremo anche quando passeremo all’allentamento del lockdown, legato soprattutto a quella parte del mondo del lavoro che non ce la farà a sopravvivere alla crisi

Da più parti, in questo periodo, è emerso che questa crisi dovrà condurci a ripensare al nostro modo di vivere, prospettando un futuro diverso e rivedendo la nostra agenda politica. Anch’io ne ho scritto a più riprese. Ma questo è un percorso lungo che avremmo dovuto cominciare da tempo. Oggi dobbiamo affrontare l’emergenza, senza sapere ancora per quanto durerà. E l’emergenza è e sarà la morìa di posti di lavoro, soprattutto nella nostra regione, dove gli effetti della chiusura forzata saranno pesantissimi soprattutto per il peso particolare del settore turistico sull’intero sistema economico. 

Gli effetti saranno pesanti innanzitutto per le categorie più fragili. Quelli che un lavoro stabile non ce l’avevano e aspettavano la chiamata estiva che non arriverà. O i disabili, categoria della integrazione lavorativa mi occupo per professione: erano fragili prima, lo saranno ancor di più ora, considerando che spesso sono meno produttivi dei cosiddetti normodotati. 

Durante questa crisi abbiamo scoperto attività che non esistevano, non solo in Veneto ma in tutta Italia, tipo la fabbricazione di mascherine. Abbiamo letto che nessuno le produceva perché non era ritenuta una produzione economicamente conveniente. Scrivo questo perché penso che oramai da troppo stiamo celebrando il lavoro come creatività che stimola nuovi bisogni, legati troppo spesso ai bisogni secondari. Perché nel libero mercato ognuno è libero di produrre quel che vuole e lo Stato si dimentica di far produrre quel che serve. 

Oggi persino la pubblicità si è riorganizzata, cambiando i suoi slogan all’insegna di un generale “stai a casa che noi ti aspettiamo”. E sarà bello come e più del prima. Ma è proprio questa infinita crescita lineare dei consumi, messa profondamente in crisi dalla pandemia, che deve essere rivista. Lo Stato deve essere in grado di controbilanciare il portafoglio del lavoro, in modo di attrarre a svolgere attività produttive verso quei settori che sembrano essere meno interessanti dal punto di vista remunerativo, ma che sono e si dimostrano essenziali

Nella Festa del Lavoro dobbiamo ripensare al lavoro necessario, garantito, per tutti. Che non sia legato solo al consumo delle risorse e del territorio. Che nel nostro caso può certamente avere una peculiarità turistica, ma non può essere solo legato a questa attività. Perché il lavoro prima di tutto è la possibilità per ognuno di noi di poter guadagnare quel che serve per sé e la propria famiglia. Solo così a mio avviso potremmo continuare a dire “Buon Primo Maggio”.

Paolo Grigolato – Presidente Acli provinciali Venezia