Intervista delle Acli di Venezia al ministro Orlando: come ripartire dopo il Covid?

Un futuro ancora difficile da immaginare, ma sicuramente diverso da ciò che è stato finora. E da affrontare adattando con flessibilità tutti gli strumenti a disposizione, dagli ammortizzatori sociali alla previdenza passando per la formazione. Questo il filo rosso che ha accompagnato, alla vigilia del Primo Maggio, il lungo dialogo-intervista tra il presidente delle Acli provinciali Paolo Grigolato e il ministro del Lavoro e delle Politiche sociali Andrea Orlando. Tanti spunti di riflessione (in basso il video integrale), per provare a capire su quali basi impostare la ripartenza post pandemia e su quale ruolo possono ricoprire i corpi intermedi e, in generale, il terzo settore.

La chiacchierata non poteva che prendere le mosse dalla situazione di Venezia, paradigmatica di come la pandemia abbia sconvolto il settore del turismo e in generale tutte le attività collegate alla socialità. Con conseguenze pesantissime, soprattutto a livello occupazionale. “La situazione è molto complessa – ha sottolineato il ministro Orlando -: sappiamo che, in termini economici, ci sarà un rimbalzo, ma non sappiamo con certezza di quale entità e con quali tempistiche. Questo varrà soprattutto per un settore come il turismo: non possiamo ancora prevedere come cambieranno le abitudini delle persone, come si modificheranno i flussi dall’estero. Cambieranno i servizi, cambieranno le attività. I nuovi posti di lavoro che si creeranno non è detto che saranno esattamente laddove sono stati persi in questi mesi. Dobbiamo costruire degli strumenti flessibili per accompagnare una situazione che credo resterà complessa per molto tempo”.

Il primo passaggio nasce proprio dalla crisi attuale, in cui sono emerse chiaramente le disuguaglianze tra lavoratori in termini di sicurezze e tutele contrattuali. “Credo siamo chiamati ad una grande battaglia di civiltà, che incrocia un problema oggettivo e reale. Il governo precedente ha fatto una scelta molto coraggiosa, intervenendo con misure di sostegno economico anche a favore di lavoratori impiegati privi di ammortizzatori sociali. Questo ci deve servire da lezione e spingerci a creare un sistema in cui non ci siano lavoratori senza di forme di tutela. Dobbiamo farlo presto, prima dello sblocco dei licenziamenti, a difesa di precari, stagionali e di tutti i dipendenti di imprese piccolissime che non hanno nessun tipo di ammortizzatore”.

Fondamentale in questo senso l’investimento nella formazione, su cui il Next Generation EU scommette ben 7 miliardi di euro. “La ripresa che ci sarà andrà agganciata con processi di formazione capaci di riqualificare i lavoratori in funzione della nuova evoluzione della domanda di beni e servizi. Occorre un salto di qualità, in cui le risorse pubbliche siano affiancate da patti territoriali che incrocino domanda e offerta di lavoro costruendo percorsi formativi ad hoc. Anche perché dovremo investire sempre più sulla formazione di chi lavora già, per metterlo nelle condizioni di poter difendere il proprio posto di lavoro in ragione di trasformazioni che saranno sempre più rapide”.

Anche l’imminente chiusura di quota 100 e la conseguente revisione del sistema previdenziale deve essere vista come un’opportunità per rispondere alla nuova realtà economica originata dalla pandemia. Se i tavoli di lavoro sono in questo momento concentrati su come garantire flessibilità in uscita a coloro che sono impiegati in lavori usuranti e alle donne, secondo il ministro anche questo dibattito deve tenere in considerazione il dedicato momento di passaggio che sta vivendo il paese. “Lo strumento delle pensioni dovrà essere anche un aiuto per affrontare le crisi economiche che si sono venute a determinare, accompagnando le ristrutturazioni aziendali che inevitabilmente ci saranno. Perché lasciare a casa un lavoratore di 61, 62, 63 anni per una ristrutturazione industriale significa sostanzialmente lasciarlo sotto a un ponte”.

Ma sono davvero tante le piste di lavoro su cui occorrerà impegnarsi nei prossimi mesi. Dall’indebitamento di famiglie e imprese (“anche senza parlare di usura, occorre rivedere anche a livello europeo le regole di recupero del credito, che in questo momento non prevedono nessuna forma di discrezionalità”) al futuro delle nostre città (“dalla mobilità alla distribuzione dei servizi, improvvisamente corriamo il rischio di avere città progettate per un’epoca che non c’è più”), allo smartworking (“un tema da far crescere nel confronto con le parti sociali, tenendo in considerazione tanti aspetti come il diritto alla disconnessione o il digital divide che rischia di alterare la concorrenza tra imprese”).

Tante sfide, in cui fondamentale sarà il ruolo giocato dai corpi intermedi e dai servizi ad essi collegati. “Un aumento degli strumenti di lotta alla povertà e di contrasto al disagio – ha sottolineato il ministro Orlando – implica anche un aumento dello sforzo del terzo settore, per il quale stiamo pensando anche a livello parlamentare a forme ulteriori di sostegno. Personalmente ritengo che i corpi intermedi siano una peculiarità del nostro paese, essenziale per la sua tenuta. E in questo momento non possiamo che ringraziare di avere una rete di questo tipo”.