La forza del lavoro buono: il nostro Primo Maggio con il Vescovo Michele

Per un lavoro che sia sì fonte di sostentamento e di realizzazione personale. Ma anche e soprattutto strumento per collaborare alla costruzione del bene comune. È stato all’insegna di queste idee il nostro Primo Maggio, celebrato a Martellago nell’ambito dei tradizionali festeggiamenti organizzati da oltre sessant’anni dal locale Circolo Acli. Con noi il Vescovo di Treviso mons. Michele Tomasi, che ha prima presieduto la santa messa davanti al municipio, alla presenza di oltre 400 fedeli, e poi ha partecipato ad un dialogo pubblico con i giovani del gruppo Nuovi Venti sui temi del lavoro, della pace e della partecipazione.

“Fin dalla Genesi – ha sottolineato il Vescovo Michele nell’omelia -, il lavoro appare come una dimensione costitutiva dell’essere umano. Noi siamo immagine e somiglianza di questo Dio che crea, che lavora, che contempla i frutti della sua opera, che cessa da essa e benedice il giorno in cui questo compimento si realizza. Siamo chiamati anche noi a operare nel mondo, ad agire, a lavorare. Siamo a immagine e somiglianza di Dio Creatore quando, con il nostro lavoro, ci applichiamo alla cura, alla coltivazione, alla trasformazione operosa del mondo”.

“Le letture odierne ci aiutano a scoprire la grandezza del lavoro. Accanto alla sua funzione fondamentale di garantire il necessario sostentamento alle persone e alle famiglie, vi è l’aspetto di realizzazione personale, per cui ciascuno può contribuire al bene comune e alla riuscita dell’opera di Dio nel mondo. Ci è donato di essere «con-creatori», di essere cioè coloro che lavorano come Dio stesso ha lavorato per il bene dell’universo, dei popoli e di ogni persona. Il lavoro è così la grammatica della società: lo strumento con cui le persone comunicano reciprocamente se stesse, e costruiscono quel dialogo buono che permette a tutti di crescere in armonia”.

“Dobbiamo però essere chiari, soprattutto in questi tempi difficili e incattiviti, in un mondo in cui la guerra rischia davvero di disgregare la grammatica stessa della società: non ogni attività umana può essere considerata «lavoro» nelle dimensioni che abbiamo appena ricordato. La guerra è un’attività umana, che però non può essere chiamata autenticamente «lavoro», perché non partecipa della bontà della creazione di Dio. Eppure non sono pochi coloro a cui sembra che essa possa accrescere le possibilità di ricchezza e di lavoro, per esempio con la produzione degli armamenti necessari per alimentare i conflitti che oggi insanguinano il nostro mondo.  La pace, invece, richiede uno sforzo continuo, pazienza e vigilanza: eppure questo è «lavoro» vero, è partecipazione alla benedizione, alla benevolenza, alla lode di ogni opera buona compiuta secondo la volontà di Dio”.

“Chiediamo allora al Signore la capacità di distinguere il lavoro buono – partecipazione all’opera di Dio – dall’opera che si affanna come se il Signore non esistesse, come se non agisse nella nostra vita-Chiediamogli la forza e il dono di un lavoro buono, che non partecipa alla distruzione, ma che rende le nostre città e le nostre società accoglienti, abitabili, degne- Un lavoro che unisce le persone tra di loro”.

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