62,36%. Tanti sono stati, nella provincia di Venezia, gli elettori che hanno votato per il referendum del 22-23 marzo. Un dato bello, un dato importante, dopo tante tornate elettorali in cui l’astensionismo aveva preso sempre più spazio. Un dato da cui partire. Anche al di là dell’esito che, in controtendenza con il risultato nazionale, nella nostra provincia a visto prevalere il sì, con l’eccezione dei territori di Venezia, Mira, Mirano e Spinea.
“Vogliamo ringraziare i cittadini nella nostra area metropolitana che hanno scelto di esprimersi per questo referendum – sottolinea il presidente delle Acli provinciali di Venezia Pierangelo Molena – Settantamila persone in più rispetto alle elezioni regionali dello scorso novembre, 40mila in più solo a Venezia. Noi pensiamo sia un bel segnale. Una partecipazione non scontata di cui va preso atto. Una partecipazione giovane che va assolutamente coinvolta. La politica deve assolutamente aprire le proprie porte e le porte delle istituzioni a questa ventata di aria fresca. A questo voto hanno scelto di partecipare molte persone che ormai venivano incasellate nel “partito dell’astensionismo”. Una bella notizia e un impegno per noi e per chi ritiene l’azione politica, come sottolineava Papa Pio XI, la forma più alta di carità“.
Le Acli Veneziane hanno organizzato nelle settimane precedenti al referendum vari appuntamenti di incontro e di riflessione. A Mira, Mirano, Quarto d’Altino, San Donà di Piave, Mestre oltre a incontri on line. “Abbiamo provato a costruire “un voto consapevole” – prosegue Molena – Abbiamo provato a svolgere il ruolo di corpo intermedio nello spirito della nostra Costituzione e del pensiero sociale della Chiesa. Non vorremmo enfatizzare troppo, ma ci permettiamo di proporlo come elemento di riflessione. Questo voto, al di là del merito, ha dato spazio alle realtà associative – che in città sono molte e propositive – attive in vari ambiti. Un positivo desiderio di esprimersi e di migliorare la comunità e il territorio“.
“Nel merito – conclude Molena . vorremmo solo evidenziare che le riforme probabilmente funzionano meglio se sono partecipate. Sono certamente più faticose ma attraverso il coinvolgimento di quanti più soggetti possibili si realizzano progetti più solidi. La politica dei molti contro la politica dei pochi”.
