Sarajevo piange zio Jovo, il generale che seppe farsi uomo di pace

L’8 aprile, all’età di 84 anni, è morto nella sua Sarajevo il generale Jovan Divjak. Un vero e proprio eroe nazionale, un militare che seppe farsi uomo di pace. Di origine serba, all’inizio della guerra disobbedì agli ordini dell’esercito jugoslavo di cui era ufficiale, scegliendo di mettersi a difesa della sua città e della sua gente, oltre ogni barriera o divisione etnica. E nel 1994, a guerra ancora in corso, fondò l’associazione Obrazovanje Gradi BiH (“L’istruzione costruisce la Bosnia Erzegovina”), cui si è poi dedicato fino alla fine: grazie a lui, oltre cinquantamila tra orfani di guerra, figli di veterani, famiglie povere e rom hanno ottenuto borse di studio per proseguire la propria formazione, anche nelle zone di campagna più colpite dal conflitto.
Nel novembre 2018 avevamo incontrato čika Jovo, zio Jovo, come amava essere chiamato senza appellativi militari, proprio a Sarajevo (nella foto sopra con il presidente delle Acli veneziane Paolo Grigolato). Anche in quell’occasione ci aveva regalato una preziosa testimonianza, ripresa da Francesca Bellemo nel libro “Sarajevo, scuola di pace”. La riproponiamo di seguito, per ricordare come la speranza della pace passi dalle scelte e dagli atti quotidiani di ognuno di noi. Buon viaggio, čika Jovo.

Il coraggio di scegliere la propria identità
Intervista con il Generale Jovan Divjak, eroe serbo della resistenza di Sarajevo

In ogni storia che si rispetti arriva la scena in cui il protagonista è di fronte ad un bivio e deve scegliere tra bene e male. Che in questo caso significa stare dalla parte giusta o sbagliata della storia. Per Jovan Divjak questo momento arrivò il 6 aprile 1992. Comandante della difesa territoriale della Bosnia ed Erzegovina, Divjak è di origine serba e prima di trasferirsi a Sarajevo aveva vissuto a Belgrado. Quando scoppia la guerra e lui viene richiamato per combattere con le truppe serbe compie una scelta che cambierà per sempre la sua vita: sceglie di restare a Sarajevo e di difendere la città al fianco dei bosniaci. “Non è stata una scelta – spiega, come a voler ridimensionare con modestia il valore del suo gesto – ho solo fatto il mio dovere. Il mio compito era quello di occuparmi della protezione della popolazione del territorio. Non ho fatto altro che tener fede a questo mio impegno. Ho scelto la popolazione, ho scelto di difendere coloro che in quel momento rappresentavano le vittime anche se questo significava disobbedire agli ordini superiori”. Difficile per un militare disobbedire agli ordini dei propri superiori in nome dell’obbedienza a valori superiori. Potremmo definirla un’obiezione di coscienza. Un corto circuito tra valori umani, perché reali, e disumani, perché astratti. Eppure, dal processo di Norimberga contro i criminali nazisti in poi, quello che viene richiesto a ciascun soldato è proprio questo: saper discernere tra ordini giusti e ingiusti, quelli contro l’umanità. È esattamente quello che fa Divjak.

Jovan Divjak, che nel frattempo è diventato il Generale Divjak, ha avuto non pochi problemi con la giustizia per le sue scelte ed è stato anche arrestato in Austria su mandato serbo nel 2011. Agli occhi dei serbi lui è pur sempre un disertore, un nemico. Oggi Divjak ha 82 anni e si occupa della sua fondazione, Obrazovanje gradi Bih (“L’istruzione costruisce la Bosnia”), che opera a favore dei bambini orfani di Sarajevo e delle vittime della guerra, senza fare distinzioni di identità e appartenenza etnica. 

“La mia identità io me la sono scelta – dice con fierezza – Prima ero jugoslavo, poi dall’aprile 1992 ho scelto di essere bosniaco-erzegovinese. Nel 2013 fecero un censimento ed era stata promossa la proposta di dichiararsi tali, senza tirare in ballo etnia o religione. Ma questa proposta raccolse appena il 5,4% delle adesioni. La maggior parte dei cittadini preferì dichiararsi musulmano, cattolico o ortodosso. Io invece credo che dovremmo considerarci un unico popolo: il popolo di Bosnia ed Erzegovina”.

Rovista sotto la scrivania e tira fuori due foto di venticinque anni fa che lo ritraggono in divisa militare. “Quando c’è stato il momento di scegliere, mia moglie era in ospedale e non sapeva cosa stesse succedendo. Andai da lei e mi chiese cosa avessi deciso di fare. Le risposi “Cosa pensi che possa aver deciso di fare? Ho deciso che resto qui”. E abbiamo pianto insieme”. 

Cosa spinge un militare in carriera a compiere una scelta del genere? A quali principi e valori superiori si aggrappa un uomo come Divjak, fiero, ritratto nelle fotografie incorniciate, per trovare il coraggio di disobbedire agli ordini del suo stesso esercito? “La tua famiglia – risponde diretto – i valori che ti ha insegnato la tua famiglia. L’educazione è importante, la scuola è importante, ma è la tua famiglia quella che ti segna più in profondità, quella che ti educa nei valori in cui ti riconoscerai per tutta la vita. Altri generali dell’esercito serbo hanno compiuto scelte diverse: significa che sono stati educati dalla loro famiglia ad essere nazionalisti, fin da piccoli. La famiglia è il luogo dove comincia tutto. Il luogo dove si impara ad amare e ad amarsi. Io mi definisco così: “libero, indipendente, contento, innamorato”. Ogni mattina quando mi sveglio dico “Buongiorno vita”, perché sono contento di essere vivo”. E intona il ritornello di “Volare”, prima di ritornare serio. 

“A 300 metri da questa abitazione c’è il confine con la Repubblica Srpska. A 300 metri da qui ci sono bambini che imparano a scuola una versione diversa della storia. E la scuola invece che formare i cittadini di domani sta creando ancora più divisione. A 300 metri da questa abitazione le strade hanno i nomi di criminali di guerra serbi. A 300 metri da qui l’educazione è usata come un veleno, si insegna che la guerra è stata fatta per difendere un territorio, non si parla di genocidio, si fa riferimento ai bombardamenti Nato come aggressione alla Serbia. Al di qua del confine si insegna esattamente il contrario. Ciascuno possiede una visione parziale, distorta della storia”. 

Da questo avvitamento, anche per il generale Divjak, non se ne esce se non con l’agognato ingresso in Europa: “La Bosnia ed Erzegovina dovrebbe essere nell’Unione Europea. Romania e Bulgaria cos’hanno di più di noi? Eppure loro sono entrati. La vera responsabilità del nostro ritardo è nel mancato rispetto degli accordi di Dayton”. Divjak ha partecipato in prima persona ai negoziati con i serbi e con l’Onu per la conclusione dell’assedio di Sarajevo ed è stato inizialmente un sostenitore degli accordi di pace, ma oggi è molto amareggiato dai risultati: “Se tutti avessero rispettato davvero gli accordi di Dayton, la Bosnia ed Erzegovina sarebbe in Europa da un pezzo. Dayton era un buon contratto: una delle prime cose che imponeva era che tutti gli eserciti paramilitari dovevano abbandonare la Bosnia ed Erzegovina, ma così non è stato. I mujahidin, volontari dal mondo arabo giunti in soccorso dei bosniaci, sono rimasti anche dopo la guerra e hanno alimentato la cattiva immagine dei musulmani della Bosnia ed Erzegovina: a Belgrado si pensa che qui ci sia il centro del terrorismo di tutti i Balcani. Poi, tutti i profughi avrebbero dovuto tornare nelle loro case, ma non è tornato nemmeno l’1%. Il celebre multiculturalismo di Sarajevo non esiste più. Europa e Stati Uniti hanno sbagliato a non fermare la guerra prima, era loro dovere intervenire. Dovevano farlo prima”.

Il presidente serbo Nikolic nel 2013 ha domandato perdono in diretta tv per Srebrenica, ha firmato un accordo sul nord del Kosovo, ha dichiarato che i serbi di Bosnia ed Erzegovina sono in primo luogo bosniaci: “Purtroppo questo non basta. La retorica dei nazionalisti è incessante. E anche se Nikolic si è scusato per Srebrenica, nè lui nè il Parlamento di Belgrado hanno mai ammesso che vi sia avvenuto un genocidio. E il silenzio, il non fare niente, a volte crea ancora più danni”. Divjak è un personaggio molto noto in Bosnia ed Erzegovina e non solo. Celebre è il suo libro “Sarajevo, mon amour”, pubblicato anche in italiano nel 2007, ed ha anche una parte all’interno del film di Sergio Castellitto “Venuto al mondo”, ispirato all’omonimo libro di Margaret Mazzantini. Posa in una fotografia in bianco e nero, appesa alla parete alle sue spalle, insieme ad un bambino, Muhammed, che all’epoca avrà avuto circa tre anni. Nel 1992, prima che Muhammed venisse al mondo, una granata uccise i suoi due fratelli e una cugina. A Divjak era toccato il doloroso compito di comunicarlo alla madre. A distanza di tre anni quella donna bussò alla sua porta per chiedergli di essere il padrino del bimbo in arrivo. Muhammed, appunto. Quella fotografia in cui il generale Divjak, di origine serba, regge in braccio il piccolo musulmano, con sullo sfondo un muro forato dai proiettili, è un simbolo fortissimo della speranza di questo paese. Una speranza appesa, con un sottile e fragile filo, alle mani delle singole persone che con le loro azioni quotidiane scelgono la pace, a tutti i costi.